20/10 - 05/11/2006 - Il legno e la tela - di Marco Grassi alias PHO
Il Legno e La Tela” opere di Marco Grassi alias PHO
dal 20 ottobre al 5 novembre 2006
Spazio Civico di Arte Contemporanea - Via dell'Oratorio - Albissola Marina
aperto tutti i giorni dalle 16 alle 19,30
Domenica 10,30 – 12,30 / 16,00 – 19,30
Ingresso gratuito
Venerdì 20 ottobre 2006 ore 17,30
Dal ciclo “ Trasformare - Arti nelle Albisole
Inaugurazione Mostra “Il Legno e la Tela ” opere di Marco Grassi alias PHO " a cura di Alessandra Panaro e Maurizio Cocchi
Marco Grassi alias PHO 16K.
Nasce a Milano, 1976, allievo del corso di pittura di Luciano Fabro presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, si diploma nel 2001 con una tesi dal titolo “Aerosolart”. Durante gli studi è assistente presso lo studio di scultura di Arnaldo Pomodoro e realizza interventi decorativi per lo show room Zani & Zani a Milano . Dal 1995 partecipa ai più importanti aerosolart e graffiti expo ed espone in diverse collettive
Avvicinatosi all’arte di strada conosciuta per la prima volta su muri e treni di Parigi, e influenzato della graffiti-art parigina e newyorkese, si afferma sulla scena del writing milanese nei primi anni ’90, diventandone uno dei protagonisti con la crew 16K. Successivamente, estende la sua ricerca a tutti i materiali che la città può offrire, recuperando elementi dal quotidiano come manifesti strappati e bancali in legno. Inoltre (appassionatosi allo stile della pittura orientale e degli espressionisti astratti come Vedova, Mathieu, Sam Francis, Afro) affianca all’uso della vernice spray quello di pennelli e spugne, caratterizzando il suo stile con una forte gestualità del segno.
Il lavoro di PHO si alterna tra la strada e lo studio, con influenze reciproche. La serie di lavori che rappresenta meglio questa contaminazione sono i "BANKALI": materiali di recupero utilizzati come supporto dell’intervento pittorico, in cui l’azione del tempo distrugge e trasforma l’opera, radicandola e contestualizzandola nel tessuto urbano.
La sua prima personale, subito importante, si svolge a Milano alla fine del 2005: “La strada come laboratorio e come modello espressivo”, presentata da Elisabetta Longari, presso lo spazio Guicciardini dove Marco Grassi , in arte Pho, espone trenta opere, di grandi dimensioni, realizzate con vernice spray, pittura e collage su carta o legno, frutto di un intenso lavoro di ricerca su materiali e superfici svolto negli ultimi due anni, primo bilancio del lavoro ormai decennale di questo giovane artista milanese.
Recentissima la mostra “Dal Muro alla Tela”, settembre 2006, svoltasi, sulla scia degli attuali dibattiti sulla spray art, in occasione del 50° anniversario degli affreschi di Arcumeggia, il piccolo borgo in provincia di Varese famoso per essere diventato un museo a cielo aperto grazie ai suoi dipinti murali a opera di noti artisti. La mostra sull’arte dei “graffiti” e la cultura hip hop, è stata organizzata dal FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano - in collaborazione con la galleria Blanchaert di Milano e alcuni dei più famosi writers italiani. Con questa esposizione temporanea a Villa Bozzolo il FAI si prefiggeva l’obiettivo di presentare i graffiti come vera e propria forma d’arte, proponendo ai visitatori un approccio a una tendenza creativa, in passato spesso associata ad atti di vandalismo urbano, che negli ultimi anni si è conquistata un posto anche in contesti artistici di alto livello.
19 settembre 2006 al 21 gennaio 2007, Grassi compare alla Triennale di Milano in occasione della grande mostra monografica sull’artista americano Jean-Michel Basquiat, grazie all'iniziativa della Deego Crazy Gum Industries che presenta una nuova ed esclusiva collezione di Deego Bag, le cosiddette “Street Bag”, disponibili all’Art Book della Triennale. Deego Bag, la borsa “fai da te”, incontra l’arte per la prima volta. Per celebrare il talento del pittore statunitense Jean-Michel Basquiat, icona del graffittismo metropolitano, Deego propone tre nuovi modelli di borse affidandone la decorazione a tre street-artist milanesi: Bros, Marco Grassi alias Pho e Tawa, affermati artisti del giovane panorama creativo contemporaneo.
Ogni artista ha interpretato secondo il suo personale stile i tre inediti modelli Classic, Shopping e Travel, e ha creato tre pezzi unici, autografi e firmati, dai quali è stata poi tratta una serie a tiratura limitata di Deego Pocket Bag che riprende il disegno originale di quelle dipinte dai tre street-artist. Affiancando all’innovativo design del modello l’apporto dei tre rappresentanti di quella street life art che trova in Basquiat il più geniale esponente, la Deego borsa da semplice foglio di gomma facile da assemblare in originale city bag, diventa “borsa fatta ad arte”.Brevi cenni storici sul writing
Il writing è un’interessante espressione artistica che spesso non ha nulla da invidiare a quadri e affreschi. Ma mentre nel quadro la firma viene apposta sulla tela a completamento dell’opera, nel caso dei graffiti l’opera stessa non è altro che la firma che ogni artista lascia sui muri cittadini. Il fascino legato a questa colorata forma d’arte è perciò da ricercarsi nell’idea che ne sta alla base: per un writer è fondamentale la forma della lettera, tant’è che il messaggio che si vuole comunicare, se presente, passa in secondo piano per lasciare esclusivamente spazio alla sua espressione visiva e quindi alla calligrafia e allo stile utilizzati.
Il writing, in Italia meglio conosciuto come “graffiti”, altro non è che l’anima visiva dell’Hip Hop, un movimento culturale e uno stile di vita, nato trenta anni fa nelle comunità afroamericane e latine del Bronx.
La nascita del movimento della spray art, anche se in una forma ancora primitiva, è da ricercarsi nella Los Angeles del 1943, dove un folto gruppo di immigrati messicani illegali iniziarono a dipingere i nomi non ancora esistenti delle strade del ghetto dove abitavano. Poi, negli anni ’60, il fenomeno del writing raggiunse la costa est degli Stati Uniti, per l’esattezza la zona compresa tra Philadelphia e New York: è in quegli anni, infatti, che le bande di strada cominciarono a marcare i muri del proprio territorio di azione. Ma presto alcuni precursori del writing si staccarono dalla logica delle gang e iniziarono a scrivere il proprio nome sui muri della città a titolo individuale, cercando in questo modo di emergere dal ghetto. Agli inizi degli anni ’70 altra novità: grazie alla comparsa di scritte a tre colori sui vagoni della metropolitana e all’utilizzo di stili diversi, le opere iniziarono ad acquistare l’idea del movimento. Nacque così l’arte dei “graffiti” come la intendiamo ai giorni nostri.
Nel nostro Paese l’arrivo del fenomeno dei graffiti è stato sicuramente tardivo e ne è stato veicolo principale la grande diffusione, nei primi anni ’80, di film americani con al centro la cultura Hip Hop e le sue quattro espressioni artistiche: la musica rap, la creazione musicale dei DJ che utilizzano due giradischi, detta djing, il writing e la danza acrobatica, ovvero la breakdance.
Presentazione critica di Elisabetta Longari
Come prima cosa va sgombrato il campo da ogni possibile fraintendimento. La scelta espressiva di Grassi non deve essere rubricata in modo aproblematico sotto la voce “pittura”: non si costringa la sua propensione verso alcuni materiali poveri e “vissuti” forzandola dentro una cornice “postdadaista”; non si limiti il suo gesto carico di energia nell’ambito di un’eredità informale. I suoi riferimenti non sono “puramente pittorici”, ma “anche” pittorici. Per esempio, nel suo modo di affrontare l’animazione della superficie per via di applicazioni segniche è certamente da vedere un richiamo alla scrittura ideogrammatica orientale, esplicito soprattutto nella presenza ricorrente di una specie di “timbro” che funziona da firma: come un sigillo, non é un semplice motivo astratto ma una specie di “logo” composto dalla sigla “PHO”. C’é di più. Queste componenti sono infatti insufficienti a delineare l’ambito espressivo in cui questa pittura si muove, o meglio, l’humus poetico da cui nasce.
Il vero motore del suo fare é identificabile nell’intenzione di dare una risposta - reattiva,immediata e diretta- al contesto dell’esistenza “collettiva e quotidiana” e si esplica prima di tutto nell’ambito della “scena urbana” , che in una città come Milano assomiglia da tempo sempre più a una no man’s land.
Marco Grassi, alias “Pho”, ha una doppia personalità: quando “indossa” la “maschera” diurna dipinge in studio, con quella notturna va in strada, dove “milita” fin dall’adolescenza dedicandosi soprattutto alle zone a sud della città. L’imprintig gli deriva in particolare da un’esposizione di Graffiti art tenuta al Musée National des Monuments Français a Parigi nel 1991, che documentava le esperienze dei maggiori protagonisti americani e francesi di questa corrente. Sulla sua sensibilità di quindicenne la mostra parigina ha prodotto un’impressione talmente forte da causare una sorta di “conversione”: da quel momento egli é da considerare uno dei principali “attori” della fase pionieristica del writing milanese.
Un passaggio fondamentale verso la pittura attuale, che consiste nell’evoluzione “contaminata, criptica e colta” del lettering , é rappresentato dall’esempio di Sam Francis, di cui Grassi visita l’esposizione tenuta al Jeu de Paume a Parigi nel 1995: <<Mi colpirono le influenze dell’arte giapponese nei suoi lavori e la forte carica gestuale, da lì l’idea di iniziare un nuovo lavoro sull’evoluzione della lettera attraverso il gesto pittorico>>. La lettera è quindi ancora “la matrice” della creazione dell’immagine, anche se spesso risulta difficilmente riconoscibile, ridotta com’é a una forma sincopata del gesto che applica il colore. E anche se le modalità sono differenti (la velocità a cui obbliga la strada non consente alcune cose che possono invece svilupparsi nella calma protetta dello studio e viceversa), lo spirito operativo sembra sempre lo stesso. Non a caso la prima serie di dipinti concepiti in studio ha per titolo “Dans la Rue”, come per ribadire anche tramite le parole un legame con la strada. Qui, la relazione tra il lavoro in strada e quello in studio, é stabilita dal punto di vista visivo attraverso la ricostruzione “artificiale” e “analogica” delle forme di concrezione presenti sui muri urbani nei corpi fortemente materici delle tele. Su questi “testi” carichi di elementi e materiali diversi Marco Grassi compie operazioni alterne: collage e decollage, applicazione e asportazione del colore con diversi mezzi, anche e soprattutto usando “le armi” tipiche della strada come la bomboletta spray e la spugna.
La più recente serie dei “Bancali”, realizzata nell’ultimo anno, nasce dal recupero di materiali, destinati all’imballaggio e al trasporto delle merci, abbandonati nei capannoni industriali e nei cantieri della città; questi, una volta assemblati e posti verticalmente, ricordano le staccionate e altre superfici urbane su cui Marco non ha smesso di intervenire (in questi ultimi tempi soprattutto attraverso l’applicazione di manifesti già dipinti o lavorando direttamente su diverse tipologie di “arredi urbani” tra cui i cassonetti della spazzatura). Nei “Bancali” più che altrove si esplicita l’amore per la varietà dei materiali che é un’altra componente forte del suo operare. Marco Grassi ha acquisito la conoscenza delle tecniche e dei comportamenti dei materiali attraverso un iter di studi artistici “tradizionale” (il Liceo artistico Santa Marta e l’Accademia di Belle Arti di Brera), esperienze rafforzate dall’assidua frequentazione del negozio di cornici del padre, anch’egli pittore.
Come a rispecchiare le dimensioni operative opposte e complementari fra loro (la strada e l’atelier) che si alimentano a vicenda per contrasto, sul legno grezzo dei “Bancali” Marco applica indistintamente manifesti in parte già usurati e poi sottratti al progressivo degrado della strada, raffinate carte cinesi e preziosi, luminosi e leggeri strati di foglie d’oro, con tutto il loro carico simbolico legato all’antica tradizione delle icone bizantine.
Il dialogo si svolge tra varie voci: interviene anche il dripping a turbare il lettering. La ricchezza ambigua delle sovrapposizioni crea una specie di brusio indistinto e introduce prepotentemente nelle superfici il fattore temporale.
Il carattere spurio di questa pittura parla indubbiamente della complessità delle spinte contrastanti che agiscono nel mondo contemporaneo e mentre vuole fornire un’indicazione per tenerle tutte assieme, suggerisce di considerarle tutte ugualmente importanti.

